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Omicidio Sara Campanella. L’analisi di Sofia Mezzasalma

Scritto da il 4 Aprile 2025

A distanza di esattamente cinque anni dall’assassinio di Lorena Quaranta, morta soffocata dal fidanzato, Antonio Pace, presso l’abitazione di Furci Siculo che condividevano, un ennesimo femminicidio ha scosso la popolazione messinese e l’Italia intera: quello della ventiduenne Sara Campanella, studentessa di Tecniche di laboratorio biomedico presso l’Università degli studi di Messina, morta lo scorso 31 marzo.

A ucciderla, Stefano Argentino, 27 anni, suo collega.

Sara, sgozzata tramite due fendenti che non le avrebbero lasciato scampo, sarebbe stata colpevole di «non aver più sorriso come un tempo» al suo assassino.

Una frase che – secondo quanto testimoniato dalle amiche della giovane – l’assassino avrebbe rivolto loro di recente; probabilmente, in seguito all’ennesimo rifiuto di Sara, che da due anni veniva importunata in modo ossessivo e continuativo dallo stesso.

Una frase significativa, sotto un punto di vista clinico, che potrebbe spiegare lo stupore dei parenti di Argentino.

Il reo confesso, interrogato dai pm, ha raccontato di aver avvicinato la vittima, il giorno del delitto, per ottenere notizie circa un’operazione alla quale Sara si era sottoposta, e per capire il motivo della mancata risposta a un messaggio che lui stesso le aveva inviato a gennaio.

Argentino ha successivamente aggiunto che la ragazza si era mostrata – ancora una volta – fredda e indifferente. Dell’aggressione non ha voluto parlare.

 

Sebbene il quadro probatorio sia – per ovvie motivazioni – ancora in corso di accertamento, porre delle prime considerazioni e ipotesi circa il quadro clinico di Stefano Argentino (reo confesso dell’omicidio di Sara) è possibile.

Difatti, l’ossessività del ventisettenne – durata un paio d’anni – nei confronti di una ragazza che da sempre alternava l’indifferenza al vero e proprio rifiuto, unitamente alla significativa frase detta da Argentino alle amiche della giovane (che «non sorrideva più come un tempo»), testimonia una deformazione della realtà tipica di un profilo riconducibile a quello del Narcisista perverso.

Evidente, al contempo, anche la presenza di una patologia della comunicazione e della relazione, tipica degli stalker.

Nello specifico, il profilo psicologico di Argentino sembrerebbe sovrapponibile a quello del «corteggiatore incompetente»: tipologia di stalker caratterizzata dalla proiezione di legami emotivi su semplici sconosciuti o conoscenti. Tali individui tendono alla solitudine, all’isolamento sociale, e compensano la mancanza di una relazione reale attraverso la costruzione delirante di una fantastica, continuamente reinterpretata dai feedback provenienti dalla vittima (anche il netto rifiuto, in tale contesto, diventa «rinforzo positivo» che alimenta la condotta patologica di pedinamento e controllo, oltre a essere soggettivamente codificato come camuffato messaggio d’amore).

 

In seguito alle segnalazioni di testimoni oculari presenti sul luogo del delitto, Argentino è stato rintracciato, con il supporto dei militari del Comando Provinciale di Siracusa, e posto in stato di fermo.

Sarebbe stato aiutato da  “terze persone” nella fuga, secondo quanto riportano i magistrati della Procura di Messina nel provvedimento.

Dopo avere accoltellato Sara, infatti, il ventisettenne ha raggiunto Noto e si è rifugiato presso un b&b riferibile alla madre.

Partendo dal presupposto che il femminicidio sia un problema culturale fondato – sebbene molti (donne incluse) vogliano negarlo – sul patriarcato, il quale contribuisce a rafforzare il pensiero patologico della donna intesa come sottomessa al volere maschile (e al quale non può sottrarsi), l’ipotetico aiuto della madre nella fuga non sembrerebbe stupire: la gestione della frustrazione dei “no” ha origine durante l’infanzia, entro – in primo luogo – il contesto familiare.

Laddove ciò non accade – ovvero, quando i genitori non assolvono in primo luogo al proprio ruolo di «contenitori per pensare i pensieri» (Winnicott) e mitigare la frustrazione, così come, in generale, le emozioni negative sperimentate dal bambino – subentra la rabbia; la quale, in mancanza di un contenimento elaborativo, genera a propria volta un odio disimparato.

Da qui, il passaggio al regno di Thanatos, della pulsione di morte.

In quest’ottica, non sorprendono nemmeno le parole dell’Avv. Raffaele Leone, ex legale del reo confesso: «Il ragazzo è continuamente tornato sul suo rapporto con la vittima anche quando non era attinente alle domande».

L’avvocato, dopo aver definito l’omicidio di cui Argentino si è dichiarato colpevole «il classico femminicidio», in risposta ai giornalisti che lo interrogano circa un possibile ‘rimorso’ dell’ex assistito, afferma che «Pentito è una parola grossa».

L’assenza di rimorso, così come la tendenza ossessiva – come testimoniato dall’Avv. Leone – a rivendicare il proprio (inesistente) rapporto con la vittima, sono ulteriori elementi che sembrerebbero avvalorare l’ipotesi che – come detto – il profilo di Stefano Argentino corrisponda a quello dello stalker definito, in letteratura, «cercatore di intimità».

Ciò che ci si auspica venga riconosciuta sia l’aggravante, oltre che della premeditazione, della stalking, inteso come insieme di comportamenti di sorveglianza, ripetuti nel tempo, atti alla ricerca del controllo e a generare paura nella vittima.

Un’ipotesi – quello del possibile mancato riconoscimento dell’aggravante suddetta – che non stupirebbe, tenendo conto di quanto avvenuto per recenti femminicidi, tra cui quello di Giulia Cecchettin. La motivazione sarebbe riconducibile a un mancato cambiamento dello stile di vita della vittima, generato dalla paura conseguente agli atti persecutori: aspetto centrale affinché si configuri l’ipotesi prevista dall’art. 612 bis del codice penale.

Peccato che la Legge non tenga conto dei rischi derivanti dall’agito di un individuo che perpetri veri e propri atti persecutori pur non generando nella vittima paure particolari circa la propria incolumità, o tali da modificare la propria quotidianità. Non è infrequente – si guardi al caso di Filippo Turetta – che l’offender minacci una violenza indirizzata alla propria persona, piuttosto che alla vittima.

Condotte ossessive e perpetrate nel tempo, seppur prive di oggettiva violenza fisica – possono sfociare in tragedie nel momento in cui lo stalker prende contezza della realtà, del definitivo rifiuto della vittima; tale momento prende il nome, in criminologia, di «Colpo dell’abbandono improvviso»: descritto come uno “tsunami emotivo”, corrisponde alla presa di consapevolezza, da parte dell’offender, del rifiuto subito e dell’effettiva impossibilità di sviluppare il proprio desiderio di legame o – come nel caso di Argentino – un improvviso contatto con la realtà che neghi le proprie convinzioni fantastiche».

Tornando a quanto precedentemente accennato, occorre che la (naturale) indignazione sia seguita da comportamenti concreti, che mirino alla sensibilizzazione e alla prevenzione, ancor prima che all’inasprimento delle pene: una presa di posizione che dovrebbe vedere schierati uomini e donne, Associazioni e Istituzioni.

Fondamentale è, sì, lavorare affinché le vittime di atti persecutori denuncino, ma occorre modificare, in primis, un sistema di prevenzione che, ad oggi, non funziona.

Evitare la vittimizzazione secondaria rimane un obiettivo di centrale importanza da perseguire.

 

Sofia Mezzasalma 

 

 

Sofia Mezzasalma nasce nel contesto di una televisione privata siciliana, dove inizia a lavorare - in principio - come cameraman e videomaker, per poi avvicinarsi sempre più al vero e proprio mondo del giornalismo; titolo che le verrà ufficialmente riconosciuto nel 2020, entrando a far parte dell’Ordine dei Giornalisti Pubblicisti della Sicilia.
Dal marzo del 2024 è Dottoressa in Psicologia Clinica (corso di laurea magistrale) ma si occupa di divulgazione in materia di salute mentale da oltre cinque anni, attraverso la rubrica online “Nella stanza della psicologa” (da lei ideata e diretta, che ha ospitato illustri personalità del mondo psicologico e psichiatrico).
È attualmente criminologa forense in formazione presso la Csi Academy, diretta dalla Dott.ssa Roberta Bruzzone.
“Schegge Traumatiche: Kim Noble e le sue personalità”, illustrato dal videomaker Francesco Romagnolo, è la sua prima pubblicazione.

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